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INSIEME PER LA SALUTE DEI MIGRANTI

La Giornata Mondiale dell’AIDS è stata l’occasione per discutere di interventi di prevenzione e cura diretti a migranti, realizzati nell’ambito del Servizio pubblico (SSN) e del No Profit. Filo conduttore: identificare, e se possibile risolvere, fattori correlabili a determinanti sociali della salute in grado di incidere, in modo positivo o negativo, sul percorso sanitario del paziente (Enrica Guglielmotti).

Di seguito una breve sintesi dei contributi della giornata:

  • Dati epidemiologici recenti mettono in evidenza come a livello Europeo, Italia compresa, sia tendenzialmente in aumento il riscontro di positività per HIV in migranti, e come tale riscontro avvenga quando l’infezione è già in uno stadio relativamente avanzato. La disponibilità di farmaci antiretrovirali interrompe l’evoluzione negativa della malattia, ma la sopravvivenza è strettamente correlata al precoce inizio della terapia. Non solo, soggetti che ignorano il proprio sierostato, e pertanto non sono in trattamento, hanno un’elevata carica virale e rappresentano una persistente fonte di contagio (Antonio Macor).
  • In base a tali evidenze appare giustificatala promozione del test per HIV a quanti sono considerati a rischio di contagio (“categorie a rischio”). Sia WHO che le recenti Linee Guida Italiane raccomandano lo screening in migranti provenienti da Paesi in cui l’epidemia da HIV è di tipo generalizzato; non solo, la disponibilità di test rapidi ad alta sensibilità e specificità ne rende possibile l’implementazione anche al di fuori di strutture del SSN. Un risultato negativo esclude con elevata sicurezza il contagio, mentre un risultato positivo o indeterminato necessita di conferme che solo laboratori specializzati potranno fornire (Maria Luisa Soranzo).
  • Qualsiasi test sia utilizzato e in qualsiasi ambiente vengaeseguito, WHO raccomanda il rispetto di specifici criteri: una struttura che favorisca la richiesta volontaria dell’esamee ilrispetto della privacy, che sia dotata di operatori in grado di approfondire i fattori di rischio, di fornire risposte sulla riduzione del rischio di contagio e, nel contempo, di indirizzare il paziente laddove possa ricevere supporto sociale o, se HIV positivo, cure adeguate (Lynda Lattke).
  • La disponibilità di farmaci antiretrovirali ha ridotto il rischio di trasmissione del virus, eliminato la prognosi severa della malattia e garantito al paziente una vita pressoché normale. Molto problematica risulta l’aderenza alla terapia di popolazioni migranti: su questo tema è stata realizzata un’interessante ricerca presso l’ambulatorio MISA dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino. Un gruppo multidisciplinare (medico, antropologo, infermiere, mediatore culturale), applicando un modello di anamnesi etnografica oltre a quella clinica tradizionale, ha evidenziato come nell’approccio operatore sanitario - paziente si debba tener conto non solo del modello biomedico tradizionale “una malattia-una cura”, ma anche,e soprattutto,del vissuto del paziente. La non compliance è spesso strettamente legata a condizioni socio-culturali ed economiche; il paziente, pur avendo ben compreso i rischi della mancata assunzione di farmaci, sceglie ciò che per lui rappresenta il “miglior interesse”, interesse non necessariamente coincidente con la necessità di regolare assunzione di farmaci (Margherita Busso, Fabio Pettirino).

I risultati sopra citati hanno stimolato la discussione su:

1.    potenziale ruolo del NoProfit nel colmare problematiche socio-culturali ed economiche, e nel contribuire all’alfabetizzazione sanitaria di chi non è perfettamente inserito nel Paese ospite
2.    accessibilità al test rapido per HIV instrutture socio sanitarie,e conseguente invio a Centri di cura dei soli soggetti, risultati positivi o con test indeterminato
3.    ruolo di un equipe multidisciplinare nella presa in carico sanitaria del paziente straniero

Sul primo punto si è ricordato come, per la stretta connessione con altri attori del sociale,il No Profit contribuisca a ridurre disuguaglianzedi vario tipo, tra cui anche quelle correlate alla precarietà economica di chi si trova in Paese straniero. Il punto di incontro presso il “Salone delle Mamme” dell’Associazione Camminare Insieme è di fatto una presa in carico a 360 gradi: accoglienza; aiuto economico, dove si può; controllo dello stato di salute di bambini Rom (Micaela Colombo). Inoltre, informazione, formazione e counselling sui differenti temi correlati alla prevenzione primaria; coinvolgimento delle destinatarie nella pianificazione degli interventi, ma anche verifica dei risultati raggiunti in termini di accettabilità, efficacia e conoscenze acquisite. E’ stata citata la metodologia di Laverack per la misura dell’empowerment, data la difficoltà di rendere le destinatarie vere protagoniste nel promuovere la salute. L’adozione di tale metodologia potrebbe rappresentare un buon punto di partenza per migliorare quanto sino ad ora realizzato, ben sapendo che elementi critici restano l’esiguità di risorse e la difficolta di creare partnership collaborative (Maria Luisa Soranzo).

Per quanto si riferisce ai punti 2 e 3 (utilizzo di test rapidi per la diagnosi di infezione da HIV e cure appropriate al contesto culturale) è emersa l’importanza della multidisciplinarietà nella presa in carico del migrante. All’interno del gruppo ognuno è portatore di specifiche competenze; devono inoltre coesistere collaborazione stretta, capacità di approfondire problematiche strettamente correlate ai determinanti della salute, revisione periodica delle attività al fine di ridefinire continuamente le modalità di intervento. Alcuni elementi sono presenti presso la struttura dell’Associazione Camminare Insieme e, per tale motivo, in questa sede potrebbe essere presa in considerazione l’effettuazione del test diagnostico rapido per HIV; potrebbe essere dato più spazio all’analisi del rischio, al counselling pre e post- test, non così facilmente realizzabili all’interno di servizi del SSN che, proprio perché indirizzati alle cure, potrebbero essere “alleggeriti” dal compito dello screening di massa.

Nell’ambito delle cure, l’adozione di una metodologia che, oltre all’anamnesi tradizionale, dia spazio all’indagine etnografica è utile al clinico per comprendere il perché dell’interruzione della terapia, ma anche per tentare un recupero del paziente attraverso reti sociali di supporto. La premessa per tale scelta è che antropologo, counselor e mediatori interculturali partecipino da “protagonisti” alla presa in carico del paziente.

Sulla base delle considerazioni sopra esposte e di quanto proposto da Linee Guida e sperimentato con successo in altri Paesi, è opportuno chiedersi se sia necessario ripensare l’organizzazione di Servizi sanitari e socio sanitari dedicati a prevenzione e cura. Problemi da non sottovalutare sono il coordinamento tra i differenti attori, l’interscambio con figure meno “tradizionali”, la scarsità di risorse economiche. Tuttavia, se esiste la volontà di migliorare quanto già avviato, nulla vieta di adottare strumenti che aiutino ad indirizzare le scelte dei differenti stakeholder. Analizzare a fondo i bisogni, identificare risorse interne ed esterne di supporto all’organizzazione e far emergere opportunità e rischi collegati al cambiamento possono essere le premesse per modificare in modo responsabile e condiviso prassi consolidate (Consuelo Onida).

A cura di Maria Luisa Soranzo